Risparmio Energetico e Tecnologie

I «vecchi» pannelli fotovoltaici possono rendere di più

di Dario Aquaro

Nel 2014 sono stati installati in Italia “solo” 385 MW di potenza fotovoltaica, poco più del 22% rispetto al 2013 e in linea invece con i valori del 2008. Così segnala il recente Report sulle rinnovabili elettriche dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, sottolineando come il principale segmento di mercato sia di nuovo quello residenziale e dei piccoli impianti, che sul nuovo pesa per il 59 per cento. Mentre il fotovoltaico italiano torna quindi ai suoi albori, il trend delle installazioni degli ultimi anni (oltre 18 GW totali, a fine 2014) favorito anche dagli incentivi del Conto energia, fa sì che ci siano oggi molti impianti domestici in funzione da oltre un lustro.

Impianti che sono soggetti a una progressiva obsolescenza e che a volte – spiegano gli operatori – nella foga di inseguire le tariffe incentivanti sono stati realizzati senza opportune valutazioni. Davanti a degrado prestazionale e vizi costruttivi diventa allora centrale la verifica del corretto funzionamento e l’analisi delle possibilità di revamping (per ripristinare le prestazioni o aumentare i vantaggi economici). Due le direzioni di intervento: una più leggera, fatta di piccole migliorie o accorgimenti nell’utilizzo; e una strutturale, che comprende interventi più complessi (e costosi). In generale, e con la dovuta approssimazione, si può stimare che con lavori essenziali, già con una spesa minima di 2mila euro si potrebbe migliorare (recuperare) la prestazione di un 20-30%, senza aumentare la potenza.

Il primo consiglio è prevedere un sistema di monitoraggio. Ce ne sono in commercio diversi tipi (da 250 a 500 euro), facili da usare e completi nell’analisi dei dati. «Può capitare ad esempio che un problema temporaneo sull’impianto o sulla rete elettrica esterna faccia entrare in funzione il dispositivo di protezione dell’inverter, scollegandolo. Se non ce ne accorgiamo, perché magari l’inverter è posizionato in un sottoscala o un sottotetto, si può restar scollegati anche molto tempo – spiega Pietro Pitingolo, managing director di SunCity, start-up specializzata in efficienza energetica –. Su un impianto da 3 kW, con circa 3.750 kWh di produzione annua e benefici del quinto Conto energia, per un’abitazione con un consumo annuo di 3mila kWh, un fermo di una settimana a maggio comporta la perdita di circa 110 kWh, 28 euro (2,8%, tra risparmio da autoconsumo, tariffa premio e tariffa omnicomprensiva per la quota di energia immessa in rete)». Altro punto, la pulizia annua dell'impianto. «Meglio se a marzo, prima dei mesi di maggior produzione. In condizioni di normale sporco – dice Pitingolo – con una spesa di 50 euro, si possono incrementare le prestazioni di un valore compreso tra il 3 e il 5%: nel nostro esempio, di circa 115 kWh». Quanto all’uso efficiente dell’energia, si può certo provare a cambiare le proprie abitudini, spostando l'uso degli elettrodomestici a maggior consumo nelle ore diurne: perché passare dal 55 al 65%, tra risparmio e incentivi, significa un miglioramento di circa 4%; arrivando al 75%, l'incremento sale fino al 9% (circa 100 euro annui).

Componente fondamentale per il corretto funzionamento dell’impianto è l’inverter, vero “collo di bottiglia” che nel tempo può deteriorarsi e la cui garanzia minima è di 5 anni (in alcuni casi estesa a 10). Sostituendone uno malfunzionante fuori garanzia, che al sesto anno vede magari un calo del 20% nelle prestazioni, con un costo tra 650 e mille euro si può recuperare quella perdita valutabile in circa 270 euro annui. Se poi il problema è dovuto ai sopraggiunti ombreggiamenti (un albero o un nuovo edificio vicino, che “rubano” un 20% di produzione), «senza pensare a ulteriori micro-inverter per ogni modulo, con costi fuori convenienza per i piccoli impianti, si possono prevedere degli ottimizzatori – osserva Tiziano Dones, esperto gestione energia che opera all’interno del consorzio Seyes –. Sono dispositivi che fanno capo a un solo inverter, ma svincolano i singoli moduli evitando che un loro calo infici la produzione di tutta la stringa. Per un impianto da 3kW la spesa sarebbe di mille euro, ma non sempre gli ottimizzatori di produzione sono implementabili senza sostituire l'inverter».

Nel momento in cui si cambia l'inverter, si può inoltre adottarne uno con sistema di accumulo: un intervento che, anche senza mutar abitudini, può consentire di giungere all'85% di autoconsumo (benefici per 280 euro annui), ma che va ponderato, perché il costo delle batterie in retrofit potrebbe non valere l’investimento. In ogni caso, per non negarsi l’intervento in futuro, quando i costi si abbasseranno, si può adottare un inverter che abbia comunque la predisposizione a un sistema di storage. Infine, si possono usare le pompe di calore per produrre acqua calda sanitaria. Con un apparecchio con serbatoio da 200 litri, una famiglia di 4 persone al centro-nord che per l'Acs spende i media 450 euro all’anno di gas, potrebbe risparmiare circa 280 euro.


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