Il Fisco

Affitti concordati, i piccoli proprietari contro l’aumento della cedolare al 12,5%

Levata di scudi dei piccoli proprietari dopo l’intervista del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nella quale è stata confermata l’intenzion del Governo di inserire nella legge di Bilancio 2020 l’aumento della cedolare secca sui canoni degli affitti concordati. Attualmente l’aliquota è al 10% e, in cambio dell’aumento al 12,5% resterebbe a regime (l’aliquota a regime è del 15 per cento e senza interventi scatterebbe comunque dal 1° gennaio 2020).
«L'aliquota del 10% ha favorito l'accesso all'abitazione in affitto a canoni calmierati e azzerato l'evasione fiscale nel settore - si legge nel comunicato firmato dal presidente Uppi Gabriele Bruyère -. L'aumento della cedolare secca provocherà una richiesta generalizzata di ricalcolo al rialzo dei canoni da parte dei proprietari che hanno rinunciato ai canoni liberi, a fronte di una tassazione ridotta e scoraggerà l'utilizzo di questa tipologia di affitto riservata ad inquilini meno abbienti. Tale decisione va proprio conto le Raccomandazioni all'Italia, provenienti dall'Unione Europea, che prevedono l'impegno nella lotta all'evasione. Come rilevato dal “rapporto sui risultati conseguiti in materia di contrasto all'evasione fiscale e contributiva”, allegato alla nota di aggiornamento al DEF, l'applicazione della cedolare secca ha permesso, dal 2012 al 2017, di ridurre del 50,45 % l'evasione tributaria negli affitti. A riprova del fatto che l'evasione si combatte semplificando e rendendo certa ed equa la tassazione e gli adempimenti burocratici».
Anche l’Asppi è sul piede di guerra: «Vale la pena - dice il presidente Alfredo Zagatti - ricordare al ministro alcune cose: 1) tutte le forze politiche da 6 anni a questa parte si erano impegnate a mantenere l'aliquota al 10% sulla base della buona prova che questa misura aveva dato: emersione fiscale (certificata da Tesoro e Agenzia delle Entrate); calmieramento dei canoni a favore degli inquilini; 2) su questo presupposto sono stati realizzati decine di nuovi accordi locali e migliaia di contratti che dovranno scontare un carico fiscale maggiore non preventivato al momento della fissazione del canone; il che spingerà molti a chiedere la rinegoziazione del contratto e determinerà il rischio di un forte contenzioso. Il tutto, per prevedere un ritorno modestissimo da parte dello Stato. Giustamente, non solo la proprietà ma anche i sindacati degli inquilini stanno insorgendo di fronte a questa misura insensata».
Per Flavio Maccione, segretario generale Appc, «Vale la pena rilevare quanto non sia stato considerato che l'affitto “concordato”, abbia costituito e costituisca uno strumento calmierante in campo locativo, contribuendo a risolvere molte emergenze legate alla casa con l'immettere sul mercato della locazione un numero considerevole di immobili tenuti prima sfitti, esercitando anche quella leva sociale che ha contribuito a disinnescare il disagio abitativo, visto che i soggetti, che si rivolgono a questo canale, non hanno risorse economiche sufficienti per poter accedere agli affitti a canone libero. Anzi, questa tipologia di contratto ha consentito alle fasce più deboli il reperimento di una casa, laddove le istituzioni non vi hanno potuto fare fronte, a causa della carenza, o dell'indisponibilità di immobili di edilizia popolare e di edilizia convenzionata, che non sono più sufficienti alle esigenze delle famiglie, che richiedono un alloggio in affitto. Da non sottovalutare anche che, qualora il canale perdesse competitività, si potrebbe avere l'instaurarsi del dominio dell'opzione turistica, laddove possibile, nei confronti del residenziale, o ancora peggio l'immobile potrebbe essere lasciato sfitto, ed il reperimento di una casa diventerebbe sempre più difficile e complicato. Infine è da rilevare, come, il contratto “concordato” abbia, nella sua peculiarità, tra l'altro, concorso alla diminuzione degli sfratti per finita locazione e per morosità».
Infine, gli stessi inquilini sono preoccupati per l’aumento, che tra l’altro aprirebbe la strada a una ricontrattazione dei canoni (si veda il Quotidiano del Sole 24 Ore - Condominio del 17 ottobre scorso ): per il segretario generale del Sunia Daniele Barbieri «Aumentare la cedolare sugli affitti concordati significherebbe incentivare richieste di aumento per i canoni più bassi e controllati. Esattamente il contrario di quello che serve».


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