Il Fisco

Legge di Stabilità: sulla prima casa via la Tasi anche sui comodati

di Saverio Fossati

La scomparsa della tassazione locale sull’abitazione principale è il piatto forte della manovra: il testo iniziale su questa norma è passato indenne al vaglio del Parlamento e si avvia al sì finale senza problemi. Dal 2016 sarà un ricordo la Tasi sulle abitazioni principali, compresa la «quota inquilini» dovuta dall’occupante non proprietario (conduttore o comodatario) che utilizza l’immobile come prima casa. Rimane l’imposta (e un residuo Imu del 4 per mille) sulle abitazioni signorili, case storiche e ville.

Seguono alcune precisazioni che hanno dato certezza ad alcuni casi (anche ampliando la platea) di “assimilazione” all’abitazione principale. Per esempio, quando la casa è assegnata al coniuge dopo separazione legale. Assimilati anche gli immobili delle cooperative edilizie a proprietà indivisa assegnate ai soci studenti universitari, anche in assenza della residenza anagrafica, gli alloggi sociali e le unità non locate dei dipendenti delle Forze armate.

Ma la novità più ricca è il rientro in scena dell’esenzione Imu e Tasi per le abitazioni concesse in comodato ai parenti di primo grado in linea retta (figli e genitori): le condizioni sono che il contratto sia registrato, che il comodante possieda al massimo un altro immobile, adibito a propria abitazione principale e che sia nello stesso Comune (ma non deve essere classificato catastalmente come villa, dimora storica o casa signorile). Certo si tratta di condizioni fortemente limitative ma il testo uscito dalla commissione Bilancio della Camera (che sarà poi, di fatto, quello definitivo) ha ampliato considerevolmente i confini fissati dal Senato, che di fatto proibiva al comodante di possedere altri immobili in Italia tranne quello ceduto al figlio o genitore; il proprietario avrebbe dovuto quindi andare in affitto o in una casa di riposo, o all’estero.

Facilitazioni anche per chi possiede terreni agricoli: via l’Imu per tutte le proprietà di imprenditori agricoli professionali e coltivatori diretti, anche se si trovano in Comuni di pianura (nel 2015 hanno dovuto pagare). Per le altre tipologie di proprietari, invece, l'Imu resta dovuta. Inoltre viene ridefinita la regola dei comuni “montani”, tornando alla definizione contenuta nella circolare del ministero delle Finanze 9 del 14 giugno 1993.

Altro beneficio viene poi riservato agli “immobili-merce”, posseduti dalle imprese costruttrici ma rimasti invenduti: l’aliquota standard (in assenza di delibera comunale) sarà dell’1 per mille, mentre i Comuni potranno decidere di aumentarla ma solo sino al 2,5 per mille o anche azzerarla.

Ci sono poi alcuni provvedimenti che riguardano l’autonomia dei Comuni circa le delibere Imu e Tasi e la Tari e hanno quindi riflessi diretti e immediati sulle tasse dovute dai proprietari. Anzitutto vengono vietati aumenti di aliquote (anche di quella aggiuntiva dello 0,8 per mille) nel 2016, tranne che per i Comuni in situazione di pre-dissesto.

C’è poi la sconcertante sanatoria delle delibere Imu e Tasi 2015 approvate in ritardo (cioè dopo il 30 luglio 2015): dopo un ping pong sulle date ammesse, il testo finale rende valide le delibere varate entro il 31 luglio (un giorno dopo il termine) perché si ritiene che i Comuni si siano “sbagliati” considerando il termine giusto la fine di luglio, cioè il 31. Si tratta di alcune centinaia di Comuni, per i quali si dovrà studiare un meccanismo per consentire ai contribuenti di mettersi in regola, dato che il 16 dicembre hanno legittimamente pagato il saldo in base alle delibere del 2014.

La Tari resta commisurata ai costi del servizio rifiuti ma il calcolo della base imponibile resta, ancora per 2016 e 2017, basato sulle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie in relazione agli usi e alla tipologia di attività svolte, mentre già nel 2015 i Comuni si sarebbero dovuti basare sull’effettiva quantità di rifiuti prodotti.


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