Il Fisco

Le dieci insidie del saldo Imu e Tasi

Cristano Dell’Oste, Valentina Melis e Valeria Uva

Ultime 48 ore per i versamenti di Imu e Tasi. Scade infatti mercoledì il termine per versare il saldo dei due tributi sugli immobili.

In attesa della cancellazione della Tasi sull’abitazione principale, sui terreni degli imprenditori agricoli e dei coltivatori diretti, che scatterà dal prossimo anno con la legge di Stabilità, anche l’appuntamento di questa settimana si presenta zeppo di insidie. Non è facile infatti orientarsi tra le scelte dei Comuni che hanno portato a una giostra di circa 200mila aliquote incrociate fra i due tributi. Queste costringeranno i proprietari di immobili e terreni a circa 100 milioni di versamenti, se si considerano anche affitti e comproprietà. E se in alcuni casi la semplice indicazione di un codice tributo errato o di un numero di immobili inesatto rappresenta un errore formale che non fa scattare sanzioni (si veda l’articolo in basso), in molte altre circostanze il pagamento errato o incompleto è punito con sanzioni e interessi tanto più pesanti quanto più tardi ci si accorge dell’errore, secondo il meccanismo del ravvedimento operoso.

Gli errori più frequenti in cui possono incappare i contribuenti sono sintetizzati nel decalogo elaborato da Agefis, Associazione dei geometri fiscalisti, per Il Sole 24 Ore del lunedì, pubblicato in versione integrale su internet (www.ilsole24ore.com, sezione Norme e tributi ).

La regola valida per tutti è quella di trovare e leggere con attenzione la delibera del Comune in cui si trova l’immobile. Sia per l’Imu, sia per la Tasi, infatti, molte delle scelte sono affidate in via discrezionale al Comune. Non solo per le aliquote da applicare. Per la Tasi, ad esempio, l’ente locale può stabilire proprie detrazioni che fanno scendere di molto l’imposta. Facile applicarle se stabilite in maniera fissa, meno facile se legate a parametri variabili. Milano e Roma, ad esempio, hanno differenziato le detrazioni Tasi in base alle rendite catastali. Ma per scovare l’importo esatto bisogna ricordarsi di sommare la rendita dell’abitazione a quella di eventuali pertinenze.

Proprio le pertinenze sono tra le cause più comuni di errori: la regola base dell’Imu è che a ogni immobile si può associare una sola pertinenza tra quelle ammesse: cantine (C2), posto auto o box (C/6), tettoie (C/7). Capita però che alcune pertinenze siano “nascoste”, cioè non accastate separatamente. Ai fini dell’imposta, però, concorrono comunque al raggiungimento delle soglie.

Tra le insidie principali di Imu e Tasi resta la determinazione dell’aliquota in base alla quale pagare. I Comuni in questo si sono sbizzarriti con centinaia di migliaia di variabili. L’immobile affidato in comodato d’uso ai parenti, ad esempio, è spesso “premiato” con aliquote ridotte ma ci sono enti che subordinano l’agevolazione alla registrazione del contratto, un passaggio formale di solito poco seguito.

Ed è proprio l’abitazione principale a nascondere ulteriori pericoli. È frequente il caso dei coniugi con due immobili nello stesso Comune in cui ciascuno ha la residenza, che considerano quindi entrambi come abitazione principale (partendo dall’esperienza della vecchia Ici). Per l’Imu e la Tasi, però, questo non è più possibile e una sola abitazione è classificabile come «principale», quindi esente dal tributo.

Attenzione poi alla Tasi sugli immobili affittati: se il tributo non è stato azzerato dal Comune, la quota a carico dell’inquilino va verificata delibera alla mano. E va decurtata da quella del proprietario. Quest’ultimo però può stare tranquillo: non è chiamato a rispondere in solido degli errori (o degli omessi versamenti) dell’inquilino. A meno che non decida di “accollarsi” quell’onere. Ma non deve dimenticare di comunicarlo per iscritto al Comune.

Correggere gli errori è sempre possibile. In caso di versamenti in eccesso, si può chiedere il rimborso al Comune, compilando il modulo predisposto dall’amministrazione (o anche con richiesta in carta semplice). Per chi ha versato di meno, invece, la strada è quella del ravvedimento operoso, con sanzioni variabili a seconda del tempo trascorso dalla scadenza (entro i primi 14 giorni dopo il termine la maggiorazione si ferma allo 0,2% per ogni giorno di ritardo). Nel conto finale finiscono però anche gli interessi legali.


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