Il Fisco

Tasi degli inquilini, gettito del tributo sotto i 100 milioni l’anno

di Gianni Trovati

Più che alleggerire il bilancio delle famiglie, l’addio allo sfortunato esperimento della Tasi sugli «occupanti» (cioè gli inquilini, ma anche i comodatari) cancella uno dei tanti rompicapi imposti ai contribuenti dal tributo sui «servizi indivisibili». L’anno scorso la Tasi ha bussato alla porta degli occupanti in circa 4.200 Comuni, cioè quelli che non si sono limitati a colpire l’abitazione principale, ma il gettito complessivo si è fermato sotto ai 100 milioni di euro. Dal punto di vista dei conti pubblici, poi, potrebbe non cambiare nulla perché la semplice cancellazione della «quota inquilini» riporterebbe questa parte di imposta a carico dei proprietari: un esito, questo, che naturalmente non piace a Confedilizia, da cui arriva la richiesta di cogliere l’occasione per «ridurre in via generale il tributo per gli immobili locati» senza scaricare un’altra fetta di carico fiscale su proprietari già schiacciati dall’Imu.

Problemi applicativi e scarsi risultati derivano dalla genesi del meccanismo, pensato per collegare in qualche modo ai servizi locali un tributo che funziona in realtà come una patrimoniale. I «servizi indivisibili» (illuminazione, verde pubblico, sicurezza e così via) sono utilizzati da chi abita in un territorio, proprietario o inquilino che sia, per cui deve pagarne una parte. Da questo presupposto è nata la regola che ha imposto ai Comuni di chiedere agli occupanti una quota compresa fra il 10 e il 30% del tributo complessivo sull’immobile.

Fuori dall’abitazione principale, però, lo spazio fiscale era già stato occupato quasi interamente dall’Imu, con il risultato che la Tasi si è di conseguenza concentrata sulla prima casa. Poco più di un Comune su due ha applicato il tributo anche sugli altri immobili, con un’aliquota media che si è aggirata intorno allo 0,7 per mille: questo significa che per un appartamento da 100mila euro di valore fiscale la Tasi media è di 70 euro (ma ci possono essere fino a 1.060 euro di Imu), e la quota a carico dell’inquilino oscilla fra i 7 e i 21 euro. In media, quindi, più degli importi hanno pesato i calcoli, che spesso hanno imposto agli inquilini di pagare un Caf per scoprire di dover versare poco o nulla (sotto i 12 euro, a meno di diverse scelte comunali, l’obbligo di pagamento cade). Il discorso cambia ovviamente per gli inquilini di case di lusso: in questo caso i valori in gioco crescono, e aumentano quindi le somme che rischiano di spostarsi sul proprietario con la cancellazione della quota a carico dell’occupante.

La misura annunciata da Padoan, logica conseguenza dell’abolizione delle tasse sull’abitazione principale, rompe però il tabù che considerava “intoccabile” tutto il resto del fisco immobiliare nel nome della semplicità dell’intervento. In questa chiave, resta da vedere se sopravviveranno le altre regole, che nell’accoppiata con l’Imu per ogni immobile impongono ai proprietari doppi calcoli e doppi moduli per pagare quella che di fatto è un’unica imposta con due nomi diversi.


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