Il Fisco

Al fisco 40 miliardi dagli immobili che non sono abitazioni principali

di Saverio Fossati

Se a fornire 3,4 miliardi di gettito Tasi sono 19,8 milioni di abitazioni principali e altri 12 ,9 milioni di relative pertinenze accatastate a parte (come box e cantine) non resta molto da spremere. L’esenzione dell’abitazione principale, come ai tempi dell’Ici, rappresenta certo una parte marginale di quell’enorme massa di denaro che viene dal mattone considerando ance Iva, registro, Irpef, Cedolare, bollo (43 miliardi secondo le stime di Confedilizia, 42,1 secondo le Entrate) ma interessa un numero incredibilmente alto di persone: considerando le famiglie nel loro complesso, almeno 50 milioni di cittadini ne trarrebbero un beneficio diretto .

Naturalmente c’è il rischio che quanto lo Stato dà con la mano destra lo riprenda poi con la sinistra: se gli italiani che vivono in affitto sono circa 10 milioni (di cui 2,5 in case di proprietà pubblica e 1,1 in proprietà di società immobiliari), una parte cospicua abita in 2,7 milioni di case di proprietà di persone fisiche. L’ipotesi che i Comuni abbassino l’Imu sulle case affittate, che già ora si realizza assai di rado, sparirà del tutto se saranno i municipi a dover pareggiare i conti con la scomparsa della Tasi sulla prima casa.

I conti, quindi, sono presto fatti: tolte le abitazioni principali (proprietà di chi le occupa) e quelle affittate, ci sono quasi 5 milioni di seconde case (non affittate) possedute da persone fisiche, che è ragionevole supporre siano quasi tutte proprietarie anche della loro abitazione principale.

Quindi, se la scelta sarà quella di recuperare gettito puntando sulle seconde case , per 5 milioni di famiglie (il 25% del “popolo” delle abitazioni principali) scatterà un prelievo aggiuntivo che rischia di pesare molto più del bonus prima casa.

In questo contesto si inserisce il rebus della riforma del catasto: con la pavidità del Governo nell’affrontare la questione della legge delega, che ormai si sta avviando alla decadenza, le sperequazioni determinate dal sistema delle “tariffe d’estimo”, risalente al 1939, resteranno ancora per chissà quanto tempo. Di fronte alla levata di scudi contro l’attribuzione di valori di mercato su quali calcolare le imposte, Palazzo Chigi ha preferito evitare di trovare una formula seria per assicurare l’invarianza di gettito (del resto assai difficile da garantire). Quindi rimarremo con case che però, avendo la ventura di trovarsi in Comuni diversi, scontano imposte diversissime e del tutto incongrue con i valori reali. Una casa di categoria A2 (“civile”) di 100 metri quadrati nel centro di Torino oggi ha un «valore patrimoniale», per calcolare Tasi e Imu, di304mila euro (mentre sul mercato reale ne vale circa 200-220mila). Un’abitazione del tutto analoga nel centro di Genova vale 237mila euro per il fisco ma 120mila per il mercato.

Con questi numeri non vale la pena di dedicare troppo tempo alla questione delle abitazioni principali “di lusso” (attualmente meno di 40mila, con un gettito Imu di 91 milioni): è vero che i proprietari pagano un’imposta molto elevata, in media sui 2.500 euro, ma il problema delle classificazioni catastali inadeguate è più che mai presente. Si pensi solo alla città di Genova, dove si trovano 4.185 case «signorili» (categoria A/1), l’11% del totale italiano, il doppio di Milano e il 40% in più che a Roma. O al caso di Bologna dove palazzi e castelli sono 379 (il 15% di tutta Italia) , il decuplo di Firenze e quasi il quadruplo di Roma.

Le sperequazioni, quindi, sono alla base del problema, anche quando si parla di seconde case. Ma pure gli immobili d’impresa, sono a rischio di rialzi, benché da essi provenga una fetta cospicua del gettito Imu e Tasi: le «persone non fisiche» possiedono il 37,8% dei 5,1 milioni di unità immobiliari non residenziali, che però rappresenta il 71% del valore fiscale. Il che vuol dire che puntare su un inasprimento delle imposte per quelle tipologie immobiliari graverebbe in modo assai maggiore sulle imprese che sulle persone fisiche. Quindi, anche in questo caso, se scompare la tassa sugli “imbullonati” (si veda sopra) a farne le spese pr pareggiare i conti potrebbero essere sempre le imprese .


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