Il Condominio

Chi ha paura della rivoluzione degli amministratori?

di Daniela Zeba

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Nell'attuale logica prevalente, l'amministratore non è nessuno se non gravita intorno a qualche associazione di categoria che lo rappresenti.
In realtà non è così. Le associazioni hanno natura privatistica a base volontaria.
Ai sensi della legge 4/13 sulle professioni non riconosciute “l'esercizio della professione è libero e fondato sull'autonomia, sulle competenze e sull'indipendenza di giudizio intellettuale e tecnica, nel rispetto dei principi di buona fede, dell'affidamento del pubblico e della clientela, della correttezza, dell'ampliamento e della specializzazione dell'offerta dei servizi, della responsabilità del professionista.”
Non esiste a mio avviso alcuna prerogativa delle associazioni, nè per l'esercizio della professione, nè riguardo all'erogazione della formazione degli amministratori: questi sono due dei colossali equivoci che ancora ingannano tanti amministratori, alla pari del fatto che l'iscrizione al MISE di una associazione sia conditio sine qua non per la sua rappresentatività di fronte alle istituzioni.
Due equivoci che però sono rimasti in sordina, quasi che parlarne potesse scombussolare l'universo condominio.
Esiste, di fatto, uno scollamento tra associazioni ed amministratori, per ciò che riguarda il fine della valorizzazione e della soddisfazione della professione.
Ciò spiega perché di fatto la legge 220/2012 nulla di nuovo ha portato a vantaggio drell'amministratore, ma se possibile, in alcuni casi, ha peggiorato la posizione dei professionisti, sancendo di diritto il ruolo degli interni improvvisati, creando confusione sulla durata del mandato e ribadendo l'eventualità del compenso dovuto, in disprezzo al dettato costituzionale che prevede il diritto dei lavoratori ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, e ad un'assistenza previdenziale adeguata.
Perché nessuno si è mai battuto per rendere l'amministratore una professione parificata a quelle ordinistiche? Perché non si è mai pretesa una retribuzione proporzionata al lavoro ed alle responsabilità civili e penali che gravano sull'amministratore?
Una delle risposte è assai semplice: per paura di emorragia di iscritti.
Questa paura ha fatto sì che la categoria sia rappresentata da molti “doppiolavoristi” già tutelati a livello di tariffe e previdenza da coperture previste da albi, ordini o collegi esistenti.
L'amministratore “puro” è l'unico, senza protezione, che si ritrova scoperto a livello previdenziale e tariffario.
Il vantaggio di fare parte ad un'associazione qual è in concreto? Difficile trovare una risposta esaustiva alla domanda, anche perché le associazioni non sono tutte uguali o meglio le realtà territoriali non sono tutte uguali, anche se la differenza non la fa la sigla, la fanno le persone. Vi sono certo realtà associative territoriali di assoluta eccellenza in termini di rapporti umani, formazione e crescita professionale anche in termini di sviluppo imprenditoriale. Ma non sono la maggioranza.
Quindi, visto che, ai sensi dell' art. 6 della legge 4/13 vige l'autoregolamentazione volontaria e la qualificazione dell'attività dei soggetti che esercitano le professioni non regolamentate, indipendentemente dall'adesione degli stessi ad una associazione e che per la formazione, occorre attenersi ai criteri cogenti del DM 140/14, perché non pensare a formule alternative per la rivendicazione dei diritti della nostra categoria?
Il coraggio di questa consapevolezza potrebbe diventare uno strumento propulsivo potentissimo per tutti i professionisti del settore, che in un mondo competitivo e veloce, potrebbero, in maniera libera ed autonoma, fare la differenza e scardinare l'attuale mercato schiavo della mediocrità e squilibrato a favore dell'incompetenza e dell'improvvisazione, a favore di un moderno mercato immobiliare competitivo e di qualità, coscienti dell'importanza del loro ruolo e della loro preparazione, declinati a livello generale con orgoglio di categoria.
Questa consapevolezza non dovrebbe necessariamente tramutarsi in una guerra alle associazioni, perché ovviamente, ribadisco, ve ne sono di eccellenti, ma dovrebbe garantire libertà di azione e di formazione agli amministratori di condominio, nonché libertà di coalizzazone, cooperazione, unione, collaborazione, nell'interesse dell'intera categoria e non di singole sigle associative.
Ha senso unirsi non dividersi, distinguersi dagli incompetenti, fare gioco di squadra, senza la debolezza dei battitori liberi.
Rimettiamo al centro gli amministratori con i loro bisogni e puntiamo alla coalizzazione senza disperdere forze ed energie.
Si ribatte che puntare alla consapevolezza della forza di categoria, allo spirito di squadra in barba alle sigle è un affronto da folli visionari. Può darsi, se però non tentiamo non sapremo mai chi ha ragione. Certo non sarà un cambiamento repentino, ma sono tanti i visionari che aspettano solo un via, prima di scatenare la rivoluzione: il vento della consapevolezza sta accarezzando i giovani, la vera speranza di domani, coscienti della forza dell'unione e della professione intesa in senso imprenditoriale e competitivo. Sono tanti i visionari che aspirano a una formazione “su misura” per le loro esigenze e non imposta dall'alto o dagli sponsor di turno.
Sono tanti i visionari che ritengono possibile organizzare autonomamente una nuova formazione autentica e di qualità, secondo le richieste del mercato immobiliare che vuole operatori in grado di affrontare anche tematiche come il controllo di gestione e la pianificazione strategica degli obiettivi, del posizionamento sul mercato, del marketing e della comunicazione.
Organizzati in gruppi omogenei per target di mercato, ma con una visione generale comune, gli amministratori potrebbero prendere in mano il proprio futuro e diventare protagonisti e non più succubi del mercato non solo immobiliare, ma anche della formazione.


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