Il Condominio

La rete idrica italiana tra mercato e diritti

di Massimiliano Atelli

L’acqua come “bene comune”, nello spazio della discussione pubblica del nostro tempo, è la formula riassuntiva che descrive - con riguardo all’assetto del settore idrico nel nostro Paese - un modello alternativo a quello attuale (di certo non sfavorevole, quest’ultimo, agli interessi di chi sull’acqua vi fa e vi vuole fare profitto).

Si tratta di due visioni opposte e per molta parte inconciliabili:

secondo quanti propendono per il modello attuale (sostenendo che l’idea della risorsa idrica come bene comune sconti alcuni equivoci di fondo), il tema dell’acqua si colloca nell’ambito delle vicende che devono essere governate dalla tecnica ed è materia per gli esperti di organizzazione industriale dei servizi pubblici. E, in sostanza, solo per questi ultimi;

secondo la visione opposta, invece, nelle decisioni sulla risorsa acqua, intanto perché scarsa, devono avere voce i cittadini (anche oltre le forme tipiche della democrazia rappresentativa); se non in tutto, di certo almeno in (buona) parte.

A sostegno della prima impostazione, si argomenta in genere che le tariffe italiane sono le piu basse d’Europa e i tassi di dispersione, nel nostro Paese, viceversa i piu alti.

In sostanza, si sostiene, fra sorgente e rubinetto finale si perde molta acqua perché con tariffe cosi basse la manutenzione della rete non è possibile.

Se non che, sino al (poi eluso, nell’esito) referendum del 2011, il rendimento garantito sugli investimenti nel settore idrico era del 7% (non proprio irrisorio, in anni di congiuntura economica difficile) e ciononostante gli interventi sulla rete che i concessionari erano tenuti a fare non si sono visti per anni, in massima parte.

Nella ricerca delle cause di una situazione, occorre sempre non dimenticarne qualcuna. Anche nel caso dell’acqua.

Inoltre, il livello degli investimenti necessari, unitamente alla loro tempistica di realizzazione, sono elementi da considerare non acriticamente nella riflessione che muova dall’alto quoziente di dispersione della risorsa idrica imputata alle perdite di rete.

Così, tanto per non cadere nell’astratto, il brevetto canadese sviluppato da un’azienda quotata alla Borsa di Toronto, ha già consentito manutenzioni “mirate” sulle reti di Milano e Lecco, senza neppure costringere a fermare gli impianti (e, con ciò, l’erogazione di acqua ai diversi usi che se la contendono).

Perché simili innovazioni non conoscono un’applicazione piu estesa? Chi ha timore di programmi di interventi di manutenzione “mirati”? A chi conviene, per ragioni varie ma forse intuitive, agitare lo spettro di una rete colabrodo tutta da rifare (da finanziarsi - è ovvio - con l’auspicato aumento delle tariffe)?

Peraltro, quanti preferiscono una gestione pubblica del servizio idrico non pensano necessariamente a modelli ispirati ai paradigmi classici del socialismo reale (quelli, per intendersi, in voga prima della caduta del muro di Berlino). Non hanno dato buona prova di sé in quei contesti, ne darebbero di certo di peggiore oggi e qui.

Dall’azienda speciale alla società pubblica di scopo, con una gestione organizzata con criteri imprenditoriali ma votata al doppio obiettivo del pareggio fra costi e ricavi e del reinvestimento sistematico degli eventuali utili sulla rete e sulle manutenzioni, le soluzioni alternative, del resto, non mancano. Hanno però, tutte, un inconveniente per i fautori dell’industrialismo idrico: si pongono in antitesi rispetto ai lauti profitti che l’acqua ha sino a oggi garantito ad alcune realtà economiche.

È da aggiungere che neppure il trasferimento delle funzioni di regolazione (oltre che di vigilanza) dal ministero dell’Ambiente all’Autorità per l’energia e il gas (anziché all’Agenzia nazionale per l’acqua, creata dal decreto legge 70/2011 e neppure mai fatta partire, forse perché più aliena da stringenti logiche di profittevolezza), operato per decreto legge (e perciò senza una discussione parlamentare dalla ponderazione realmente proporzionata alla delicatezza degli interessi in gioco), ha cambiato nella sostanza le cose, nonostante siano trascorsi nel frattempo ben 6 anni.

Perché sarà anche vero che, da quel trasferimento, gli investimenti sono aumentati di oltre il 50%, ma occorre anche capire qual è la base di calcolo di questo quoziente. Se è il livello (come detto bassissimo, rispetto ai doveri concessori) raggiunto dagli investimenti negli anni precedenti, allora il significato di quel dato si ridimensiona, evidentemente, e di molto.

Inoltre, occorrerebbe completarlo con l’andamento delle tariffe negli ultimi 6 anni, per evitare che si formi un quadro informativo parziale.

Quali, allora, gli obiettivi da perseguirsi attraverso una rinnovata (e attesa) politica pubblica in materia di servizio idrico?

In sintesi: l’accessibilità per il massimo numero di utenti - dietro corresponsione di un prezzo sostenibile (quindi, al minor costo possibile) - a una risorsa di buona qualità, anche dal punto di vista ambientale (dunque, costi di depurazione inclusi).

E il profitto? Su tanto altro sì, ma sull’acqua occorre un ragionamento diverso, meno spiccio e frettolosamente semplificante. Specie quando, come ora, si intravvedono tendenze verso logiche “spinte” di profitto.

Perché l’acqua, piaccia o no, è davvero un diritto fondamentale.

Lo dimostrano, semmai vi fosse bisogno di ricordarlo, tante evidenze. Fra queste, mi limito a evocarne due: più da lontano, le “guerre per l’acqua” già di fatto iniziate in alcune aree dell’Asia, e, più da vicino, la giurisprudenza di casa nostra, che si è da tempo indirizzata nel senso di imporre la continuazione della fornitura minima di acqua, nei condomini, perfino al condomino cronicamente moroso (ponendo cosi le basi per il diritto al “minimo vitale”, oggi riconosciuto per legge: articolo 61 della legge 221/2015).

Se tutto ciò accade, un motivo, evidentemente, ci sarà.

Non si equivochi: il tema non è un ritorno al modello collettivista, del tutto antistorico nel pieno di una postmodernità fortemente deideologicizzata. È, piu semplicemente, che l’acqua è l’acqua.
Bene primario da sempre.

Magistrato della Corte dei conti

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