Il Condominio

Fughe di gas, se forzi l’uscio paghi i danni

di Edoardo Valentino

In casa d’altri si può entrare anche forzando la porta: ma solo se per evitare pericoli gravi alle persone. Situazioni che d’estate si verificano, con la chiusura di molti appartamenti per lunghe settimane, dove si possono verificare fughe di gas e corti circuiti.

Nel sistema giuridico italiano la proprietà privata è un diritto tutelato in maniera estensiva. Una delle poche possibili limitazioni al diritto di proprietà è che il suo esercizio non cagioni un danno ad un altro soggetto. In questo sistema, che conferisce un’amplissima serie di diritti ai proprietari, vi è altresì l’impossibilità per gli estranei di entrare nelle private abitazioni. Naturalmente il sistema normativo pone svariate leggi a tutela della casa e, in caso di effrazione o di accesso di una persona senza il consenso del proprietario, prevede l’applicazione del Codice penale con articolo 614: introdursi «nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo».

Come tutte le regole, però, anche la norma sopra citata prevede una serie di eccezioni motivate dall’esperienza e dalla necessità di temperamenti alle leggi più tassative.

Si pensi al caso in cui, nel condominio, ci si accorga che nell’appartamento contiguo i proprietari – ormai partiti per le vacanze estive – abbiano dimenticato l’impianto del gas aperto. Sarebbe paradossale infatti che tutto lo stabile fosse tenuto a sopportare il rischio di una fuga di gas a causa della tassativa inviolabilità dell’altrui dimora.

Il Codice penale, come anzidetto, prevede quindi un importante temperamento rappresentato dall’articolo 54. Detta norma, infatti, afferma che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona».

Non sarà penalmente perseguibile, quindi, chi abbia sfondato la porta del vicino e si sia introdotto nell’appartamento al solo scopo di salvare la propria persona o altri da un danno grave e incombente.

Inoltre, continua la norma, detto pericolo non deve essere stato cagionato dalla stessa persona che viola il domicilio altrui e tale danno deve essere tanto grave da giustificare l’effrazione. Si può quindi affermare che, in caso vi sia un grave pericolo per le persone derivante da un appartamento sito nel condominio, allora i condòmini saranno legittimati ad accedere allo stesso per metterlo in sicurezza, anche senza il consenso del proprietario.

Naturalmente tutto ciò a patto che sussistanogli elementi di urgenza, necessità, rischio per la vita umana e impossibilità di diverso corso d’azione e salvo la necessità di risarcire gli eventuali danni cagionati al proprietario.

Quella di avvertire le autorità della necessità di un intervento urgente ed evitare di agire in prima persona risulta, in ogni caso, la scelta migliore. Questo rimane il corso d’azione più consigliabile perché il personale delle unità di emergenza (carabinieri, pompieri o personale sanitario) è assolutamente addestrato a rispondere ad emergenze in abitazione chiusa.

Occorre comunque sottolineare che in questi c asi, anche se l’irruzione sarà stata giustificata dallo stato di necessità, l’agente sarà unicamente scagionato dalla responsabilità penale, mentre resterà l’obbligo di natura civilistica di risarcire l’eventuale danno causato al proprietario (si pensi ad esempio alla rottura di un vetro o allo sfondamento della porta d’ingresso).

L’articolo 2045 del Codice civile, infatti, chiaramente afferma che «quando chi ha compiuto il fatto dannoso vi è stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona e il pericolo non è stato da lui volontariamente causato né era altrimenti evitabile, al danneggiato è dovuta un’indennità, la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del giudice».


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