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Confedilizia: con lo sblocco dei tributi locali a rischio l’affitto «concordato»

Per la prima volta da tre anni a questa parte, nella legge di bilancio non c'è la norma che, «al fine di contenere il livello complessivo della pressione tributaria», vietava a Regioni ed Enti locali di “deliberare aumenti dei tributi nonché delle addizionali ad essi attribuiti con legge dello Stato”. Lo segnala Confedilizia, evidenziand che lo sblocco degli aumenti disposto dal Governo mette a rischio, fra l'altro, il comparto dei contratti di locazione abitativa cosiddetti “concordati”, vale a dire quelli il cui canone è calmierato dagli accordi fra le organizzazioni dei proprietari e degli inquilini.
Si tratta di quella speciale categoria di contratti di locazione nata vent'anni fa sulla base di un patto molto chiaro: canoni al di sotto di quelli di mercato in cambio di agevolazioni fiscali per i proprietari.
Dopo la manovra Monti del 2011, la tassazione locale su questi immobili si è addirittura quadruplicata, con l'Imu e poi con la Tasi. E l'appetibilità degli affitti a canone calmierato si è molto affievolita, tanto che si è tentato di limitare il danno riducendo l'aliquota della cedolare (ma l'aliquota ridotta scadrà alla fine del 2019, mentre andrebbe stabilizzata perché sia ancora incentivante).
Ora, si legge nel comunicato di Confedilizia, il rischio è che i Comuni sfruttino la possibilità loro concessa dalla manovra aumentando le aliquote proprio per questi immobili, visto che sono fra i pochi con livelli di Imu e Tasi ancora inferiori al massimo (in alcune città la tassazione potrebbe crescere di oltre il 150%). Con l'effetto di spingere i proprietari a scegliere i contratti a canone libero. Forse, chiede Confedilizia, è il caso di ripensarci.


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